Elucubrazioni, recensioni, curiosità varie sui miei film, registi, romanzi e scrittori preferiti.
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domenica 28 agosto 2022

TERRA LONTANA -Mini Recensione-

Fine '800. Durante la corsa all'oro nel Klondike, un risoluto e scontroso cowboy, assieme al suo socio (e vecchio amico), vorrebbe portare la propria mandria di bovini dall'Alaska al Canada. Ma una serie di contrattempi e degli affaristi corrotti lo metteranno in seria difficoltà, fino alla resa dei conti finale...
L'accoppiata James Stewart /Anthony Mann è sempre una garanzia.
Ritengo che Mann sia stato uno dei migliori registi dell'epoca d'oro del genere western, assieme ovviamente a John Ford.
Stewart in lingua orinale risulta più burbero del solito (come ho già scritto altre volte: la storica voce italiana del grandissimo Gualtiero De Angelis lo ha sempre "ammorbidito" parecchio) ma la sua perfomance è impeccabile. Bravo il sempre affidabile Walter Brennan, così pure il resto del cast.
Il film ha una sceneggiatura da manuale, con personaggi ben caratterizzati, dove nulla, nemmeno il più piccolo dettaglio, viene lasciato al caso. 
Adoro questi vecchi western, che al giorno d'oggi possono sembrare a tratti pure parecchio ingenui, soprattutto nella messa in scena, ma che personalmente non mi stancherò mai di rivedere.
Roba simile non viene più né scritta e né girata, purtroppo.

VOTO: 7








domenica 26 dicembre 2021

LA CONQUISTA DEL WEST (1962) -Recensione-

L'epopea della conquista del selvaggio West narrata seguendo le gesta e le avventure di tre generazioni di una tipica famiglia di coloni americani...
Diviso in episodi, con un cast stellare e diretto a "sei mani" da John Ford, Henry Hathaway e George Marshall, La Conquista del West (How the West Was Won, in originale) può essere considerato il film western più epico di sempre. Girato in Cinerama (un complicato sistema che necessitava l'uso di tre macchine da presa in contemporanea), sono riuscito a recuperare la versione Blu-Ray che simula lo schermo ricurvo del formato originale e per la quale è stato eseguito un eccezionale lavoro di restauro. Sono stati anche resi quasi impercettibili i punti di sovrapposizione dei tre diversi spezzoni di pellicola che formavano l'immagine completa. Un spettacolo in HD da togliere quasi il fiato.
Tornando al film, al giorno d'oggi fanno sorridere certe scelte dei casting degli anni '60, dove un James Stewart già 54enne si ritrova a interpretare un personaggio che dovrebbe avere almeno venti anni di meno, soprattutto se comparato a Carrol Baker, la ragazza di cui si innamora, che era di ventitré anni più giovane. E la stessa Baker, nell'episodio successivo, si ritrova a essere la madre di George Peppard, attore che nella vita reale aveva tre anni in più di lei. Il trucco di scena non è un granché (ma a quei tempi era lo standard), risultando così poco credibile in quel ruolo. Stessa cosa si può dire per l'invecchiamento "posticcio" di Debbie Reynolds (che interpreta la sorella) verso la fine del film.
Detto questo, la pellicola è davvero spettacolare, merito anche del suddetto formato Cinerama, che però causò molti problemi ai registi che si alternarono dietro la macchina da presa. Se Henry Hathaway ci mise poco ad adattarsi (nei controcampi gli sguardi degli attori sembravano non incrociarsi nonostante si trovassero uno di fronte all'altro), John Ford ebbe non poche difficoltà; il famoso regista, infatti, aveva l'abitudine di dirigere le scene posizionandosi di fianco all'obiettivo della macchina da presa, ma girando in Cinerama finiva involontariamente per entrare in campo. 
L'uso del suddetto formato rendeva pressoché impossibile girare i primi piani degli attori, ma in un film corale come questo non ci si fa quasi caso.
Ottime le scene d'azione, girate con mano sicura da degli specialisti del genere western.
La colonna sonora, manco a dirlo, è tipica dei film di quegli anni: composizioni epiche e pompose che risaltano ancora di più la spettacolarità delle riprese aeree e dei campi lunghissimi.
Nient'altro da aggiungere: capolavoro.

VOTO: 8



 

venerdì 23 ottobre 2020

IL VOLO DELLA FENICE (1965)

Un Fairchild C-82 Packetun aereo bimotore dalla particolare conformazione a doppia coda  e con a bordo alcuni operai di una compagnia petrolifera, precipita nel deserto libico durante un'improvvisa tempesta di sabbia. I superstiti, tra i quali il pilota, dopo aver atteso invano i soccorsi, decidono di tentare di costruire un altro velivolo "cannibalizzando" le parti disponibili dell'aereo distrutto... 

L'altra sera ho rivisto questo film di Robert Aldrich del 1965 e ne sono rimasto ancora una volta entusiasta, tanto da volerlo recensire di nuovo, in modo più completo.
Inizio subito parlando degli attori: James Stewart è immenso, in una delle sue più grandi e memorabili interpretazioni (se non la migliore in assoluto). Lui è lo scorbutico comandante Frank Towns, inizialmente apatico e impotente perché si sente in colpa per quanto è accaduto. Stewart poi era davvero un pilota e durante il secondo conflitto mondiale partecipò a numerose missioni ai comandi di B-17. Non poteva esserci scelta migliore per quel ruolo. Al suo fianco c'è il grande Richard Attenborough, il fidato navigatore che ha problemi con l'alcool (e che balbetta leggermente quando è sottopressione, almeno in lingua originale). A un certo punto, quando si scopre che l'ingegnere tedesco in realtà progetta aerei modelli radiocomandati anziché quelli veri, il suo personaggio inizia a ridere in modo isterico e folle, finendo per tramutare la risata in un pianto acuto e disperato: non ricordo di aver mai visto nessun altro attore sembrare così convincente in un contesto simile (anche se al giorno d'oggi quel tipo di scena è diventata quasi un cliché).
Passiamo a Peter Finch, un altro incredibile attore, nei panni dell'impassibile e determinato capitano britannico, e a Hardy Krüger, che interpreta il cinico e insopportabilmente orgoglioso progettista di origini tedesche che avrà l'idea di costruire un secondo aereo (The Phoenix) partendo dai rottami del primo. I due si ritroveranno, quattro anni dopo, sul set de La tenda rossa, un film che, pur raccontando una vicenda reale ambientata nel circolo polare artico, ha molto in comune con Il volo della Fenice.
Ernest Bornigne è Tucker Cobb, un operaio petrolifero con problemi psichici: anche la sua performance è da brividi e non si può fare a meno di provare compassione e tristezza per Cobb. Tutti gli altri comprimari, comunque, offrono delle prove attoriali eccellenti. Merito anche di una straordinaria sceneggiatura (tratta da un romanzo) che caratterizza ottimamente ogni singolo personaggio, mentre Robert Aldrich mette in scena in modo perfetto le tensioni e gli scontri tra i membri dello sparuto gruppo di disperati. Prendiamo, per esempio, il sergente Watson (Ronald Fraser), continuamente preso di mira dall'impettito capitano Harris (Peter Finch) che, a un certo punto, si ribella al suo superiore arrivando addirittura a desiderarne la morte. La regia di Aldrich infatti è ineccepibile sia dal punto di vista puramente tecnico ed estetico, sia nella direzione degli attori, come si è ben capito. Ian Banner, uno dei comprimari, ottenne pure una nomination all'Oscar.
I titoli di testa, che arrivano dopo ben nove minuti e mezzo, con i fermo immagine sui vari personaggi durante la scena dello schianto aereo, sono qualcosa di eccezionale per quei tempi.
Bene anche la colonna sonora composta da DeVol, dove curiosamente troviamo una cover di Senza Fine di Gino Paoli.
Semplicemente un film perfetto, un vero e proprio capolavoro, che però (inspiegabilmente) fu un clamoroso flop al botteghino.














Curiosità: durante le riprese, un pilota morì mentre era ai comandi del velivolo, assemblato davvero con pezzi di altri aerei, che doveva raffigurare quello costruito dai protagonisti del film.


Nel 2004 venne girato un remake per la regia di John Moore, con Dennis Quaid al posto di James Stewart. La pellicola ebbe lo stesso insuccesso al botteghino del capolavoro di Aldrich. Quaid e Giovanni Ribisi (nel ruolo che fu di Harry Krüger) se la cavano molto bene, ma il confronto con l'originale proprio non regge.








domenica 29 aprile 2018

LA FINESTRA SUL CORTILE (Mini Recensione)

Tratto da un racconto di Cornell Woolrich, la storia è quella di Jeff, un fotoreporter immobilizzato su una sedia rotelle a causa di una frattura che, per passare il tempo, inizia a spiare dalla finestra del proprio appartamento la vita dei vicini di casa e dirimpettai. Finché si rende conto della possibilità che uno dei suoi dirimpettai abbia ucciso e fatto a pezzi la propria moglie...
A mio modesto parere questo è il miglior film di Hitchcock, almeno registicamente parlando.
Se in NODO ALLA GOLA i suoi virtuosismi con la macchina da presa e i suoi impeccabili e lunghissimi piani sequenza erano puramente gratuiti e non in funzione della storia, o della suspense, qui lo spettatore ha lo stesso punto di vista del protagonista Jeff per il 99% del tempo (il grande Hitch dà un piccolo vantaggio al pubblico un'unica volta, come per instaurare in noi un eventuale dubbio). In realtà la tecnica usata da Hitchcock è pure molto semplice: c'è un primo piano di Jeff, poi il controcampo nel quale vediamo quello che lui sta guardando, poi di nuovo un primo piano sul suo volto con la conseguente reazione.
E quello che Jeff/Stewart sta provando in scena, lo proviamo anche noi; curiosità, rabbia, paura. Anche noi non usciamo mai dal suo piccolo appartamento e spesso ci verrebbe voglia di allungare il collo per poter sbirciare oltre la finestra nella quale scompaiono i vicini di casa che Jeff sta osservando quasi morbosamente.
Riguardo al cast, James Stewart non delude mai, mentre è difficile non perdere la testa per la bellissima, coraggiosa e determinata Grace Kelly. Brava anche Thelma Ritter alla quale sono affidati i momenti di (macabra) comicità. E poi c'è un irriconoscibile ma minaccioso Raymond Burr.
Un film che ora appare sicuramente datato dal punto di vista del "look", ma ancora validissimo dal punto di vista tecnico/registico, che ogni aspirante regista dovrebbe studiarsi per benino, a mio modo di vedere.
Capolavoro assoluto.


VOTO: 9



mercoledì 10 maggio 2017

L'UOMO CHE UCCISE LIBERTY VALANCE -Mini Recensione-

Per me il miglior western di John Ford, oltre che la miglior perfomance di Wayne, che riesce a tener testa, a tratti perfino ad oscurare, a un grande attore come James Stewart, qui perfetto nel ruolo dello sprovveduto cittadino dell'est che tenta di portare la civiltà nel selvaggio West.
Lee Marvin è meravigliosamente detestabile (ma credibile) e le auto citazioni "Fordiane" si sprecano: John Wayne è vestito come Ringo Kid di Ombre Rosse, il codardo Marshal cittadino è interpretato da un altro attore feticcio di Ford (Andy Devine) e risulta essere sposato con una giovane donna ispanica (con lo stesso identico nome) proprio come il suo personaggio in Ombre Rosse.
Insomma, tutti gli elementi classici dei western di John Ford in un unico film: "Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda".
Capolavoro.


VOTO: 9