Elucubrazioni, recensioni, curiosità varie sui miei film, registi, romanzi e scrittori preferiti.

mercoledì 11 marzo 2015

INCASINAMENTI LOGICO-TEMPORALI.

Ben trovati.
Oggi vorrei discutere un po' delle cose che non tornano in una delle più rappresentative saghe cinematografiche degli anni '80. 
Sto parlando di RITORNO AL FUTURO.

Non starò qui a ripeterne la trama. Tutti conoscono la storia di Marty McFly e dei suoi viaggi nel tempo tra il 1985 e il 1955 nel primo capitolo, tra il 1985-1955 e 2015 nel secondo, per poi finire addirittura nel selvaggio west del 1885 nel terzo.
Il tutto a bordo di una DeLorean modificata da Doc Brown.



Ma cosa c'è che non torna, quindi?
Nel primo capitolo "temporalmente" parlando non ci sono anomalie, ma è alquanto improbabile che un fulmine abbia colpito l'orologio proprio allo scoccare esatto di una determinata ora.
Passiamo quindi al secondo film.
E qui nascono le incongruenze.
E' noto che non era previsto un sequel, che tutto è nato dal finale del primo capitolo e che, quindi, lo sceneggiatore Bob Gale abbia dovuto pensare ad una storia che si raccordasse con il suddetto finale.
Ma non è questo il problema. 
Non riesco a capire come abbia fatto il vecchio Biff Tannen ad andare indietro nel tempo, dal 2015 al 1955 (dopo aver rubato la DeLorean) e tornare al "suo" 2015.
Dato che ha consegnato al sé stesso più giovane l'almanacco sportivo e  che questo fatto scatenerà una serie di eventi che cambieranno il futuro, come potrà il vecchio Biff a tornare nel futuro della sua linea temporale?  Lo stesso Doc Brown spiega a Marty, quando si ritrovano nel 1985 alternativo, che c'è una linea temporale diversa che si è creata nel 1955.
Lo so, è incasinato, ma il succo è che il vecchio Biff, per il solo fatto di aver modificato il passato del 1955, al suo ritorno nel 2015 avrebbe trovato un futuro diverso.

Passiamo al terzo capitolo, dove ritroviamo Doc finito nel selvaggio west per sbaglio.
Il Marty  del futuro e il Doc del 1955 ritrovano la DeLorean nella vecchia miniera e la sistemano per far andare il ragazzo nel 1885 a riprendere il Doc del futuro.
Ma Marty, appena arrivato nel passato, buca il serbatoio della benzina e, dato che all'epoca il motore a scoppio non era ancora stato inventato, è impossibile trovarne o fabbricarne.
Da qui parte lo spunto di ideare un sistema per  far raggiungere all'auto le 88 miglia orarie necessarie per effettuare il salto nel tempo spingendola con una locomotiva a vapore.
Già qui c'è qualche cosa che non va, dato che Doc era finito nel west dopo essere stato colpito da un fulmine mentre l'auto era sospesa in aria, SENZA aver raggiunto le 88 miglia/h.
Ma l'incongruenza più grande, è il fatto che i protagonisti avrebbero potuto semplicemente recuperare un po' di benzina dalla DeLorean che in quel momento si trovava nascosta nella vecchia miniera!
La stessa auto che Marty aveva ritrovato (o che ritroverà)  nel 1955.
Strano che un genio come Doc Brown non ci abbia pensato, prima di far fuori definitivamente il motore provando a usare whisky al posto della benzina.

Comunque, nonostante codeste sbavature a livello di sceneggiatura, la trilogia di RITORNO AL FUTURO rimane, secondo me, una delle più riuscite trilogie di sempre; sicuramente la più rappresentativa degli anni '80 e che sono, cinematograficamente parlando, i miei preferiti.

Alla prossima.


P.S.
Siamo già arrivati nel 2015, che sembrava così lontano all'epoca della visione del primo film!
Attendiamo quindi l'arrivo di Marty McFly dal passato?

martedì 3 marzo 2015

IL PASSATO E' UNA BESTIA FEROCE-Recensione

Come anticipato qualche tempo fa, ecco la recensione del primo thriller di Massimo Polidoro, che ho avuto l’onore di leggere in anteprima.
Il romanzo esce proprio oggi in tutte le librerie.
Quindi, partiamo subito.

La trama l’avevo già accennata a suo tempo; Bruno Jordan lavora per Krimen, un giornale di cronaca nera. Ultimamente è in conflitto con Linda, il nuovo direttore, che vorrebbe un'impronta diversa per il giornale che, tra l'altro, attualmente  non se la sta passando bene con le vendite.
Proprio quella mattina, dopo l'ennesima discussione con la direttrice, riceve una misteriosa lettera che pare essere stata spedita direttamente dal 1982.
Dopo averla letta, decide subito di vederci chiaro, anche perché la lettera gli richiama alla mente la scomparsa di una sua amica d’infanzia, avvenuta proprio la sera in cui la nazionale italiana di calcio di Bearzot conquistò il titolo mondiale. 
Jordan si ritroverà così a dover fare i conti col proprio passato, deciso a tutti i costi a scoprire la verità sulla misteriosa scomparsa della ragazzina, affrontando vecchi fantasmi e nuovi pericoli, fino all’imprevedibile colpo di scena finale…

Veniamo alla recensione vera e propria.
Premetto che non sono un grande fan della narrazione in prima persona, ed è forse per questo motivo che ho fatto un po’ fatica ad "entrare" nella storia.  Il romanzo è comunque scorrevole, l’ambientazione invernale, con tanto di nevicata, aiuta a mantenere  quell’atmosfera rarefatta che pervade tutto il romanzo e si riesce quasi subito ad immedesimarsi in Bruno Jordan.
C’è da dire che ci sono un paio di personaggi di contorno un po’ troppo stereotipati, a mio modo di vedere; altri che avrebbero meritato un po’ più di spazio o di essere maggiormente sviluppati. Ma forse verranno richiamati in causa in un eventuale seguito, spero.
La tensione c'è e, dopo aver ingranato con la storia, scatta quel meccanismo che ti impedisce di staccarti dal libro, quell'irresistibile desiderio di voler leggerne ancora, pagina dopo pagina. 
Altro punto a favore di Massimo Polidoro, quindi!
A mio modesto parere è un buon romanzo, non privo però di alcune piccole sbavature.
Essendo il suo primo thriller, sono sicuro che Polidoro saprà migliorarsi con quello successivo.

Consigliato a tutti gli appassionati del genere thriller (e non).

A  questo LINK, che porta direttamente al blog di Massimo Polidoro, troverete 10 buoni motivi per acquistare il romanzo IL PASSATO E' UNA BESTIA FEROCE entro l'8 marzo.




BOOKTRAILER UFFICIALE



Buona lettura!



domenica 1 marzo 2015

CLIFFHANGER- L'ultima sfida Recensione

Eccomi di nuovo a parlare dell'ennesimo film della mia adolescenza che ho rivisto dopo qualche anno e in lingua originale.



Stallone qui è Gabe Walker, che torna dalla fidanzata  presso la stazione di soccorso montano nella quale  prestava servizio prima del tragico incidente che abbiamo visto nel prologo, incidente in cui è morta, precipitando nel vuoto, la ragazza del suo amico/collega Hal Tucker, interpretato dal bravo Michael Rooker.
Ma, nel frattempo, una spettacolare rapina ad un jet in volo che trasportava 100 milioni di dollari appena prelevati dalla Federal Reserve, finisce in un modo imprevisto per i rapinatori, i quali si ritrovano a precipitare con il loro aereo sulle montagne rocciose mentre le 3 valigetta con i soldi finiscono disperse tra le vette innevate e burroni sottostanti.
Chiamano quindi il soccorso montano (omettendo ovviamente le loro intenzioni) e prendono in ostaggio Tucker e Walker per poter recuperare le suddette valigette provviste però di segnalatori di posizione.
Il resto della storia si sviluppa come nel più classico action movie americano, con il protagonista (SLY) che cercherà di salvare, anche grazie all'aiuto della fidanzata, l'amico rimasto in ostaggio dei cattivi e, contemporaneamente, provando a mandare in malora il loro piano di recupero del denaro...



Sinceramente pensavo molto peggio.
Visivamente è buono, a parte un paio di scene girate palesemente in studio che stonano con il resto. Altra cosa che ho notato solo in quest'ultima visione (benché lo sapessi già all'epoca in cui uscì) è l'improbabile scenario delle Alpi italiane adattato a quello americano.
Mi spiego: dopo il prologo c'è la scena in cui il protagonista (Stallone) ritorna dalla fidanzata e percorre con un fuoristrada la strada che conduce al suo capanno; be', la strada e la stazione di servizio che si intravedono non hanno nulla di americano. Ci hanno aggiunto un paio di distributori di benzina in stile statunitense e hanno messo le insegne in inglese ad un edificio in stile palesemente alpino! Stessa cosa per il luogo della base del servizio di soccorso: il greto di un fiume a fondovalle che potrebbe sembrare qualsiasi posto del nord Italia tranne che statunitense.
Detto questo, torniamo all'aspetto tecnico.
Il regista Renny Harlin si fa prendere spesso la mano e si perde in cafonate trash incredibili, tipo quando Sly ammazza il cattivo di turno alzandolo di peso e infilzandolo con una stalattite (o stalagmite?), dopo che,  tra l'altro, il cattivone lo aveva massacrato di botte. 
La rapina con il furto dei soldi in volo, tra due aerei, è una scena davvero spettacolare, comunque.  
E' così pure il prologo in cui avviene l'incidente che farà litigare i due amici scalatori interpretati da Stallone e l'ottimo Michael Rooker, anche se, come al solito, nei film americani c'è sempre di mezzo un moschettone o una fibbia difettosa quando accadono certe cose. Ingenuità all'ennesima potenza.
Stallone in lingua originale è difficile da mandare giù, come scrissi in uno dei miei primi articoli, ma tutto sommato qui riesce a cavarsela egregiamente.
Ci sono un paio di personaggi secondari inutili, tipo i due ragazzi che si lanciano dai burroni col paracadute. Al fine della trama sono ininfluenti. E anche la figura dell'anziano pilota di elicotteri amico e collega di Walker, fidanzata e Tucker, avrebbe dovuto avere più spazio. Muore senza che si abbia avuto il tempo di affezionarsi al personaggio.
La colonna sonora, firmata da Trevor Jones (quello che musicò L'ultimo dei moicani) stranamente mi ha deluso. Non che non sia appropriata, ma è incredibilmente simile allo stile di Alan Silvestri. Provate a guardare uno dei film della trilogia di RITORNO AL FUTURO, o i primi 2 PREDATOR e vi renderete conto della similitudine.
Menzione speciale per il cattivo di turno, ovvero John Lithgow che interpreta Eric Qualen.
Come Villain risulta perfettamente in parte: spietato, cinico e con un pizzico di humor nero.
Ma alla fine non mi ha convinto del tutto. Troppo simile a molti  altri cattivi cinematografici.



Sylvester Stallone




Michael Rooker




John Lithgow

Alla fine, comunque, il film è ampiamente positivo.
Probabilmente il miglior film di Renny Harlin, regista comunque sopravvalutato che dopo questo ha collezionato un sacco di flop che lo hanno poi rilegato nella categoria di film di serie B.


Alla prossima.

venerdì 27 febbraio 2015

ADDIO Mr. SPOCK

Un altro mito delle mia infanzia e adolescenza se n'è andato. Leonard Nimoy si è spento oggi all'età di 83 anni.
Anche se il suo ricordo rimarrà per sempre legato alla figura del mitico SPOCK, ufficiale scientifico dell' USS. Enterprise-1701, Nimoy è stato anche un apprezzato regista, doppiatore e fotografo.
Oltre a STAR TREK III-Alla ricerca di Spock e STAR TREK IV-Rotta verso la terra (probabilmente il migliore film dell'intera saga), fu regista del film commedia 3 SCAPOLI E UN BEBE', altro suo grande successo.


Mi piace pensare che ora sia lassù, da qualche parte, a battibeccare con DeForest Kelley ricordando i bei vecchi tempi.


Goodbye Leonard !

martedì 24 febbraio 2015

NON-STOP Recensione

Bentrovati.
Ecco una recensione fresca fresca di un film che ho appena visto.
Si tratta di NON-STOP, un Action Thriller del 2014.

Liam Neeson è Bill Marks, un Air Marshal ed ex-poliziotto con i soliti classici problemi,  un divorzio, una figlioletta morta prematuramente, problemi di alcool e comportamentali.
Si ritrova su un volo diretto da New York a Londra, seduto di fianco a Jen Summers, una passeggera interpretata da Julianne Moore quando, all'improvviso, sul suo cellulare collegato ad una rete apposita e criptata del Boeing 767, cominciano ad arrivare misteriosi messaggi da parte di un probabile assassino presente a bordo.
Lo scopo è chiaro: accreditare su un conto 150 milioni di dollari su un determinato conto bancario altrimenti, ogni 20 minuti, un passeggero morirà.
Inizia così una caccia al ricattatore mentre i cadaveri cominceranno a spuntare in modo rocambolesco e piuttosto improbabile, tanto che alla fine lo stesso Air Marshal si ritroverà ad essere, alla vista dei passeggeri e dell'equipaggio, il maggior indiziato.








TRAILER



La premessa, lo ammetto, sembrava essere abbastanza intrigante, anche perché il ricattatore potrebbe essere chiunque a bordo; ci sono varie false piste ed indizi 
che portano lo spettatore a sospettare di questo o quell'altro passeggero o membro dell'equipaggio.
Ma quello che non funziona, oltre alla regia anonima e priva di fantasia, è il proseguo della sceneggiatura: troppo cervellotica e implausibile. Il regista del resto non è stato capace, nel mio caso, di farmi entrare nella cosiddetta fase di "sospensione dell'incredulità", cioè la sospensione del giudizio critico dello spettatore davanti a quello che vede sullo schermo.
Questo perché, come ho scritto, il regista Jaume Collet-Serra non è stato in grado di mantenere alta la tensione nella parte centrale del film: troppo spesso mi sono distratto provando a scoprire chi poteva essere il misterioso ricattatore assassino anziché seguire completamente le immagini. Anche quando si scopre il colpevole, il fragile castello di carte cade al minimo soffio di vento.
Il film si riprende nel finale (scontato) stile catastrofico della serie AIRPORT degli anni '70/80.
Liam Neeson è bravo, riesce  in ogni caso a sorreggere da solo quasi l'intero film, ma l'aspetto psicologico del suo personaggio è stato fin troppo abusato in precedenza.
Delusione per gli effetti speciali, spudoratamente digitali. Ho visto quasi di meglio in alcuni filmacci della Asylum.
Un'occasione sprecata, insomma. Nella mani di un regista "alla Hitchcock" tipo David Fincher, per esempio, avremmo avuto tutt'altra cosa.
Meno azione e più suspense sarebbe stato decisamente meglio. 
Collet-Serra è un regista da video clip; belle ed impeccabili immagini, fotografia patinata, montaggio ottimo ma fine a se stesso: tutto fumo e niente arrosto.

Comunque lo consiglio per chi vuole distrarsi un po' con un  film d'azione senza pretese





venerdì 20 febbraio 2015

L'ULTIMA OFFENSIVA-intervista all'autore Giovanni Melappioni



Salve e ben ritrovati.

Oggi ho il piacere di ospitare Giovanni Melappioni,  scrittore marchigiano, classe 1980, per parlare un po’ del suo romanzo d’esordio dal titolo: L’ULTIMA OFFENSIVA.
Si tratta di un romanzo storico ambientato nel 1944, tra i boschi delle innevate Ardenne nell’inverno di quell’anno,  proprio nei giorni che precedono l’ultima, grande offensiva tedesca che dovrebbe definitivamente respingere indietro le forze alleate.
Intanto però,  alcuni uomini di entrambi gli schieramenti,  oltre che con il rispettivo nemico, se la devono vedere con il clima gelido, la sopravvivenza,  la noia delle lunghe attese in trincee improvvisate, l’assuefazione alla violenza e alle atrocità del secondo conflitto mondiale
Assistiamo ad una storia corale, dove non esistono buoni o cattivi, o meglio: il male e il bene è presente in entrambi gli schieramenti, così come la voglia di sopravvivere a tutti i costi pur cercando di svolgere il proprio dovere.
Niente retorica. Nessun luogo comune o personaggi stereotipati. 
L’ULTIMA OFFENSIVA è un romanzo che consiglio a tutti, appassionati del genere  storico/bellico e non.










Booktrailer L'ULTIMA OFFENSIVA





Ma andiamo a conoscere un po’ meglio l’autore.


Ciao Giovanni.
Parlaci un po’ di te. Cosa fai nella vita?
E come nasce la tua passione per la scrittura, la letteratura e la storia (militare e non)?
Aiuto le persone a trovare un momento di pace fuori dallo stress quotidiano servendo buona birra. O se vuoi, in maniera più prosaica, gestisco un ristorante-pub con la mia famiglia.
Ho iniziato a scrivere con sufficiente determinazione nel 2006, prima di allora mi ero cimentato in racconti brevi e nella creazione di mondi di fantasia per una delle mie passioni: il gioco di ruolo. La passione per la Storia invece mi accompagna da tutta la vita. Non ricordo un periodo senza l’interesse per le uniformi, per le vicende dei popoli e dei grandi personaggi.


Classica e scontata domanda: come è nata l’idea per il romanzo L’ultima offensiva?
L’idea nasce da un racconto breve e dalla sua conclusione. Arrivato alla parola fine di quel piccolo lavoro mi sono detto che avrei dovuto provare a scrivere un romanzo intero rispettando le premesse espresse nel racconto, la principale delle quali era il cercare di essere quanto più realistico e vero possibile. Volevo una maledetta storia di guerra senza cliché o stereotipi e soprattutto priva di zone chiare contrapposte alle scure. Inoltre volevo dare pari voce ai soldati tedeschi e americani. Così non ci sono “nemici” tout court ma solo uomini, analizzati da differenti punti di vista.


Posso chiederti qual è il tuo metodo di scrittura?
Progetti tutto in anticipo? Scrivi un po’ al giorno o solo quando arriva l’ispirazione, impegni lavorativi e familiari permettendo?
Il metodo di lavoro che preferirei adottare, al momento è solo un sogno; il mio ideale infatti sarebbe poter scrivere la mattina, per qualche ora, a mano, e lasciare poi a riposo fino al tardo pomeriggio, o sera, quando ricontrollerei il tutto riportando lo scritto su computer. Il mio attuale lavoro non lo permette, ma in generale scrivo su carta, anche nei momenti più disparati, tipo una coda al passaggio a livello e poi, quando ho tempo, riporto il tutto in formato digitale effettuando già un primo controllo della bozza. Oppure mi faccio aiutare da mia sorella, che si assume l'ingrato compito di decifrare la mia calligrafia e trascrivere al pc.
In fase creativa invece delineo la storia principale, poi elaboro delle scene che mi permetteranno di veicolare i sentimenti, le emozioni e le idee che mi hanno indotto a iniziare a scrivere. Lascio molto spazio ai dettagli minori, ma li aggiungo solo in secondo momento. Arrivato alla fine della prima stesura mi capita poi di dover togliere interi capitoli. O di doverne riscrivere per intero altri. Spesso dipende anche dai feedback che ricevo dai miei primi lettori, ovviamente la famiglia e alcuni tra gli amici più stretti, o dal confronto con il mio editor personale -e che non cambierei mai-, Luca dell'agenzia Scriptorama, con cui dopo stesure successive arrivo al romanzo completo.


Il tuo romanzo mi ha colpito, oltre per le scene sui campi di battaglia, anche per il modo in cui hai caratterizzato i protagonisti; sembrano persone esistite veramente, non i soliti impavidi eroi spacconi da film americano.
Come nascono i tuoi personaggi e le loro storie?
Ho fatto una grandissima opera di ricerca e uno sforzo forse ancora più grande nel rendere reali i personaggi che avevo in testa. A volte mi bloccavo su una sola frase, non trovando il modo adatto per farla esprimere al personaggio. I protagonisti delle storie sono molto importanti, sempre; ma nel mio caso, dato che preferisco lasciare ampia libertà al lettore di immaginare luoghi e persone sulla base di ciò che voglio far percepire evitando giudizi troppo netti o descrizioni precise, devo fare molta attenzione a non cadere in contraddizione perché il rischio di creare confusione nelle storyline è alto con questo metodo di scrittura.


Il libro è  tecnicamente  molto dettagliato riguardo ad armi e organizzazione militare.
Cosa ne pensi di certi film di guerra di  Hollywood, in cui certe azioni si svolgono in modo spettacolare ma dal punto di vista tecnico risultano piuttosto grossolane e approssimative?
I film hanno scopi diversi dalla letteratura, difficile poter immaginare il cinema come veicolo di informazione e di formazione, perciò credo che la sospensione della realtà, sul grande schermo, abbia margini ben più ampi di quanto un tecnico del settore potrebbe tollerare. L’istinto alla critica c’è sempre, e non va taciuta quando corretta, ma poi tendo a ridimensionare il fastidio. Quello che invece non tollero è l’approssimazione nella letteratura, un campo dove non si colpisce con un’immagine e il costrutto dell’opera può, anzi deve, nel caso si tratti di opera storica, essere preciso, vero. Perché non si deve scrivere di ciò che non si conosce, e se si rispetta questa regola non vedo perché fare finta di non conoscere elementi o fatti per metterne altri di pura fantasia. Insomma, se parli di un soldato di fanteria americano durante la seconda guerra mondiale, e non vuoi scrivere sempre la parola fucile ma essere dettagliato, non puoi utilizzare un M-16, che non esisteva all’epoca, ma dovrai scrivere Garand. In un film invece, per quanto sia un errore poco giustificabile, difficilmente il pubblico farà attenzione a un simile dettaglio, concentrandosi sullo sguardo di paura/odio/coraggio dell’attore nell’atto di sparare.


Quali sono, invece, i tuoi “idoli” letterali e le tue fonti di ispirazione?
E quali sono i  tuoi romanzi preferiti?
Hemingway, Conrad, Dostoevskij, questi tre sono gli idoli che vorrei uccidere. Gli scrittori che vorrei eclissare, distruggere, come un figlio che ama e odia il padre eroe. Perché le emozioni che mi hanno dato, che ogni volta sono in grado di suscitare in me, mi hanno spinto a scrivere ma anche a vederli brillanti e luminosi, pur distanti, come mete da raggiungere. Non posso scrivere come loro, non voglio scrivere peggio di loro, devo per forza di cose ucciderli in senso metaforico, assorbirli e scrivere meglio. Ciò non significa affatto che ci riuscirò. È l’eterna lotta edipea a spingermi al confronto con loro. Se ne uscirò sconfitto sarà stata comunque vita, e linfa vitale, quella passata in tale confronto.
C’è un romanzo però che esula da quanto ti ho detto sopra, un’opera che risponde in maniera completa e assoluta alla domanda che mi hai posto: è il Signore degli Anelli. Lo ritengo la più completa storia che abbia mai letto. È universale, poderosa, epica, tragica, illuminante. In essa converge tutto ciò che in un romanzo io cercherei, quello che vorrei leggere e quello che, nel mio lavoro, vorrei scrivere. Con esso nasce il fantasy, dicono, ma io punterei il dito sul fatto che con il Signore degli Anelli termina l’epica. È il punto più alto, irraggiungibile, che tale categoria abbia raggiunto.


Il tuo successivo romanzo, MISSIONE D’ONORE, è arrivato secondo al premio nazionale LA GIARA indetto dalla Rai e quindi sarà pubblicato a breve da Rai Eri.
Cosa ci puoi anticipare a riguardo?
Ho scritto questa storia con l’obiettivo di allargare l’opera intrapresa con L’ultima offensiva, di osare di più e toccare argomenti e protagonisti a cui prima non avevo provato ad accostarmi per inesperienza. Posso definirla una storia forse più lineare del primo romanzo, con molte sfaccettature e una protagonista speciale, una giovane ragazza che si destreggia bene in mezzo ai soldati protagonisti di un romanzo ambientato durante il secondo conflitto mondiale.


Progetti futuri?
Al momento sto lavorando a due storie. Una che sto scrivendo da anni, composta da più libri, e ambientata nel 1106. L’altra è ancora una bozza, parlerà di partigiani.
Questo per quanto riguarda i romanzi. Ho invece terminato un racconto lungo ambientato nel medioevo nella mia città di origine, Civitanova Marche. Uscirà a breve.


Grazie mille, caro Giovanni.
È stato un piacere ed un onore scambiare quattro chiacchiere con te.



Giovanni Melappioni

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mercoledì 18 febbraio 2015

MEZZOGIORNO DI FUOCO-High Noon

Finalmente parlo di cinema western.
E, secondo voi, con quale film potevo iniziare? 

1952.
In pieno periodo di  Maccartismo, una sceneggiatura scritta da Carl Foreman, uno di quelli finiti nella lista "nera" (o rossa, in questo caso) di Hollywood, sospettati di essere filocomunisti, finisce tra le mani di un regista di origini austriache, tale Fred Zinnemann.
WHAT? Si chiesero i più.
Cosa volete che ne sappia un austriaco di come si gira un western?
Ma gli scettici si sbagliavano.







Carl Foreman







Fred Zinnemann











Sono questi gli antefatti di uno dei più famosi film western della storia del cinema.
Ci sarebbe molto altro da dire riguardo allo stretto legame della pellicola col Maccartismo, ma non voglio impelagarmi in analisi socio politiche dell'epoca.
Comunque forse è anche  per questo che il film risulterà così ben riuscito ed interpretato.

Lo ammetto. 
Gary Cooper non mi aveva mai colpito più di tanto, ma quando vidi MEZZOGIORNO DI FUOCO in DVD, in lingua originale, dovetti ricredermi.
Cooper qui interpreta Will Kane, il Marshal cittadino che, il giorno del proprio matrimonio, non può far a meno di rimanere in città in attesa del ritorno di Frank Miller, fuorilegge che lui stesso aveva arrestato anni prima e che ora, uscito di prigione, è deciso a fargliela pagare.
La bella Grace Kelly è Amy, la sua neo moglie quacchera, molto più giovane di lui.
Amy è contraria alla violenza e vorrebbe che Will se ne andasse via con lei lasciando perdere Miller.
Ma Kane non ci sta,  gira il calesse e torna indietro, convinto che la popolazione di Hadleyville lo aiuterà a riacciuffare un'altra volta il bandito in cerca di vendetta.
Ma Will Kane si sbaglia: nessuno in paese vuole immischiarsi nella faccenda, compreso il suo vice, deluso per il fatto che Kane stesso non lo abbia proposto come suo sostituto.
E anche l'unico volontario che si era fatto avanti cambierà idea dopo aver saputo che tutti gli altri hanno rinunciato. 
Intanto, alla stazione, i 3 complici di Miller stanno aspettando il suo arrivo con il treno di mezzogiorno.
La neo moglie di Kane decide di andarsene senza di lui, proprio con lo stesso treno sul quale arriverà Miller; aspetterà mezzogiorno nella Hall dell'albergo locale, dove alloggia anche la ex fidanzata di Kane, Helen Ramirez, a sua volta ex proprio di Frank Miller.
Anche Helen decide che è meglio andarsene, con il ritorno del fuorilegge, così come ha fatto quella stessa mattina il giudice che lo condannò.
Helen e Amy finiscono però per scambiare 4 chiacchiere e sarà proprio Helen che riuscirà a farle capire quanto Will sia innamorato di lei e che non dovrebbe lasciarlo.
Nel frattempo mezzogiorno è arrivato e il treno pure. Così come Frank Miller.
E Will Kane si prepara a ricevere il ritorno di Miller e i suoi scagnozzi, da solo, in una città deserta.
Helen Ramirez parte mentre Amy, all'ultimo momento, decide di  tornare in città in aiuto del marito...
Il resto è storia, come si suol dire.


Gary Cooper



Grace Kelly




Thomas Mitchell


Lon Chaney Jr.



Questa, in sintesi, è la trama.
Ora passiamo all'aspetto tecnico del film.
La fotografia è priva di filtri e in bianco e nero, oltre che in formato 4/3. Una scelta voluta, per ottenere più realismo, oltre che per il budget piuttosto basso.
Poi c'è la regia di Zinnemann: che alterna il girovagare del Marshal Kane per le vie della città alla ricerca di aiuto e le rotaie che si perdono all'orizzonte, là dove dovrebbe arrivare la minaccia da un momento all'altro.
Come se non bastasse, man mano che il film procede, Zinnemann inserisce sempre più spesso inquadrature di vari orologi per ricordare allo spettatore che il tempo scorre in fretta. 
E lo fa usando zoomate e inquadrature piuttosto ardite per un western.
C'è da dire che, forse per la prima volta, un regista ci fa vedere l'impavido uomo di legge del west in condizioni un po' malconce; è un po' avanti con l'età, inoltre dopo un po' si ritrova con i vestiti sporchi e la faccia tumefatta a causa di una scazzottata con il proprio vice, il quale ha il volto di un giovane Llyod Bridges.
Il cast di comprimari è eccezionale. Oltre ai vari volti noti del genere western di quegli anni, tra cui spicca Thomas Mitchell (premio oscar nel western OMBRE ROSSE di John Ford) che interpreta il sindaco che convincerà altri cittadini a voltar le spalle all'uomo di legge, c'è un invecchiato e malinconico Lon Chaney Jr., nel ruolo del vecchio Marshal che ha preceduto Kane.

Il film vinse in tutto 4 premi Oscar:
Una  statuetta andò a Gary Cooper come miglior attore protagonista; un altro venne assegnato per il montaggio a Elmo Williams & Harry W. Gerstad e altri due per la colonna sonora e la miglior canzone. 
Dimitri Tiomkin dovette dividere il secondo Oscar con Tex Ritter, autore del testo della famosa Do not forsake me, Oh my darlin.


Nel film compare anche, nel ruolo di uno dei scagnozzi di Frank Miller, un giovane e semi sconosciuto Lee Van Cleef





Eccolo nei titoli di testa, con l'indimenticabile canzone del film in sottofondo.



Che dire ancora, di questo straordinario film?
Be', per esempio che molte star di Hollywood in realtà lo odiavano, e non per il fatto che molti presunti filocomunisti ci avessero lavorato.
Il grande regista Howard Hawks, per esempio, caro  amico di  Gary Cooper tra l'altro, non sopporta l'idea che un impavido uomo di legge, invece di sbrigarsela da solo contro la banda di fuorilegge, se ne andasse in giro a supplicare l'aiuto dei propri concittadini.
"E' anti-americano" diceva.
Fu anche questo uno dei motivi che portò Hawks a girare, qualche anno dopo, UN DOLLARO D'ONORE, in cui compariva John Wayne che la pensava esattamente allo stesso modo.
C'è una sorta di antagonismo tra queste due pellicole western: meglio MEZZOGIORNO DI FUOCO o UN DOLLARO D'ONORE?
Io, personalmente, preferisco il primo (seppur di poco), anche se il mio western preferito in assoluto è un altro...
Ma ne parlerò un'altra volta.


Per oggi è tutto, credo.
Alla prossima.